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mercoledì 27 dicembre 2017

Il salto di qualità delle mafie: la conquista del sistema giudiziario



Nei primi anni Duemila e le organizzazioni criminali italiane, in primis ‘ndrine e clan camorristici, tenevano in pugno piccoli e medi consigli comunali, una estesa mappa di esecutivi locali ma, soprattutto, i tecnici degli uffici urbanistica, nonché il settore degli appalti e della nettezza urbana. Esisteva ancora quella che qualcuno, anche molto in alto, si ostina ancora oggi ad identificare come “corruzione”. Bei tempi. Sarebbe presto diventata una colossale associazione per delinquere (di stampo mafioso) che decide le sorti del Paese a colpi di sentenze ad hoc.

Nel salto di qualità compiuto dalle mafie italiane, la globalizzazione ha fatto fino in fondo la sua parte. Durante i durissimi dieci anni di recessione mondiale – dal 2008 al 2017 – mentre eserciti di lavoratori tornavano a casa da fabbriche spazzate via per la crisi, cosche e clan lavoravano sodo intorno ad una intuizione di fondo. Perché impiegare un costante dispendio di energie e manodopera per il controllo delle amministrazioni locali, o anche di parte della politica nazionale, correndo alla fine sempre il rischio di dover fare i conti con la giustizia? Non sarebbe stato molto più sicuro, benché più ardito, arrivare al controllo diretto degli apparati giudiziari, seguendo il modello della mafia anni ’80, adeguandolo ai tempi ed estendendolo, con una fitta ragnatela di uomini e interessi, fin dentro i Palazzi di Giustizia?

Inutile cercare di volta in volta l’uomo giusto, in grado di “aggiustare” ordinanze cautelari, sequestri, confische, sentenze o processi. E basta anche con affari da miliardi saltati ad opera dello zelante pm di turno. La “consegna” di Totò Riina, poi quella di Provenzano, infine quella di Zagaria, erano messaggi fin troppo chiari: tutti e tre i “super latitanti”, sono rimasti per anni in pantofole a casa loro, fino a quando qualcuno non li ha “consegnati”. La figlia di Riina lo ha dichiarato senza alcun equivoco in tv: suo padre, negli anni in cui era formalmente “ricercato”, girava libero per l’Italia con la famiglia, a volto scoperto, visitavano città, andavano a fare shopping nei centri commerciali.

Chi doveva intendere, ha capito: il patto Stato-Mafia, sancito polverizzando la vita e il coraggio di Falcone e Borsellino, poteva arrivare molto, molto più in alto.

Allora prima di impazzire, continuando a domandarci perché l’Italia è un Paese, l’unico del mondo occidentale, con la Giustizia deturpata, devastata da sentenze assurde, dove ogni principio del diritto viene impunemente calpestato, ogni giorno, a cielo aperto, teniamo bene a mente questo salto di qualità. E facciamocene una ragione. Finita l’epoca dei “terminali” sparsi negli enti locali e nei palazzi dell’amministrazione giudiziaria, è subentrato il ferreo controllo dell’intero sistema: che si tratti di sezioni lavoro piuttosto che esecuzioni, Corti di primo grado o di appello, giustizia contabile o amministrativa. Uomini “giusti” in posizioni chiave, quasi sempre apicali, stabiliscono fin dall’origine assegnazioni o avocazioni di fascicoli, pilotando la destinazione – e quindi l’esito – di qualunque vicenda giudiziaria che interessi al Sistema. Il resto, le miserie quotidiane dei comuni mortali, è lasciato praticamente al caso.

Estremi baluardi di quei principi costituzionali che nelle altre sedi giudiziarie vengono “regolarmente” oltraggiati (a cominciare dalla beffa secondo cui “la Giustizia si amministra in nome del popolo”), sono solo alcuni uomini rimasti dentro le Supreme Corti, sempre più isolati, un pugno di esponenti delle generazioni anziane rimasti immuni dal “contagio”.

Questione di tempo: presto andranno in pensione anche loro. E sull’Italia scenderà il buio definitivo. Totale. Abissale.

Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/12/26/il-salto-di-qualita-delle-mafie-la-conquista-del-sistema-giudiziario/

Alessandro

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