AVVERTENZE

Ogni Assunzione e Presunzione alle Mie parole e' solo Mio. Il mio unico intento e' quello di Condividere pace, amore ed onore. Ogni altra interpretazione a quanto qui espresso, e' puramente personale e mai rispecchia le mie pacifiche volontà. Chiunque usa le qui presenti informazioni, lo fa' sotto la sua totale ed illimitata responsabilità.

domenica 23 luglio 2017

S.P.Q.R: osservazioni...



Alessandro

SPQR discorso al senato: Immigrati



Alessandro

Falcone e Borsellino


Alessandro

Crescita Muscolare e Gravità

"...Avete mai visto cosa deve creare dal nulla il corpo Umano? I muscoli crescono a riposo. L'esercizio fisico, al massimo, attiva tutta una serie di segnali che danno inizio a questo processo fisiologico...."


Alessandro

Marco Aurelio, L'uomo...

"...Il più grande Imperatore di Roma?..."


Alessandro

Umorismo Svizzero?




Alessandro

Mafia Capitale...



Alessandro

Franco Coppi: “Siamo ancora nel rito inquisitorio E i pm dominano”



Il professore Franco Coppi non ha dubbi: «Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio per superare il codice Rocco e arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che il rito che è rimasto inquisitorio». 



Storico difensore di Giulio Andreotti, è stato il legale di Silvio Berlusconi nei processi Mediaset e Ruby. Attualmente assiste il ministro dello Sport Luca Lotti accusato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito dell’indagine Consip.

Ma oltre ai processi “politici”, Coppi ha curato la difesa di Vittorio Emanuele di Savoia, di Francesco Totti, del direttore del Sismi Niccolò Pollari per il sequestro dell’imam Abu Omar e del governatore di Bankitalia Antonio Fazio nel processo Antonveneta.

E’ stato anche il legale di Sabrina Misseri nel delitto di Avetrana. «Una tragedia che mi angoscia disse all’indomani della conferma dell’ergastolo per la cugina di Sara Scazzi – sono ossessionato dall’idea di non essere riuscito a dimostrare l’innocenza di quella sventurata».

Attualmente il suo nome è in predicato per la Corte Costituzionale. Incarico prestigioso che ha, però, declinato. Come dice chi lo conosce bene, Coppi ha sempre fatto l’avvocato e non ha intenzione adesso di diventare giudice.

Professor Coppi, com’è lo stato della giustizia in Italia?

La situazione è ormai tragica. Un disastro che riguarda sia il settore penale che quello civile.

Ci parli del penale.

Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio. L’idea di fondo era quella di superare il codice Rocco e di arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che questa riforma del processo penale è stata fatta “all’italiana” e adesso abbiamo un rito che sostanzialmente è rimasto inquisitorio, solo con i tempi molto più lunghi.

Può farci un esempio?

Certo. Nel rito inquisitorio il processo si celebrava sulla base degli elementi raccolti dal pubblico ministero. Con l’attuale rito la prova deve formarsi in dibattimento attraverso il contraddittorio fra ac- cusa e difesa. Bene, con il meccanismo delle contestazioni, ovvero il dare lettura da parte del pm dei verbali delle dichiarazioni rese nelle fase delle indagini preliminari dalla persona che viene sentita nel corso del processo, entra nel fascicolo del dibattimento ciò che ha fatto il pm prima e a prescindere da qualsiasi attività difensiva: materiale che quindi sarà utilizzato dal giudice per la sua decisione pur se la difesa non aveva alcun ruolo in quella fase.

Le contestazioni da parte del pm possono essere fra le cause dell’allungamento dei tempi del processo?

Le cause sono molteplici. Oggi, ad esempio, si fanno troppi processi. Però, restando alle contestazioni, se prima i processi si celebravano con una o due udienze, adesso ne servono come minimo dieci. Udienze che poi sono diventate lunghissime, proprio perché il pm è solito rileggere tutti i verbali.

Non mi sembra un bel risultato.

Si. E sul punto è necessario un intervento drastico da parte del legislatore. Che non può pensare di risolvere il problema dello sfascio del sistema giudiziario solo allungando la prescrizione di processi che già adesso durano una vita. Il processo penale deve essere rivisto totalmente.

Normalmente viene data la colpa della lunghezza dei processi agli avvocati….

Guardi, ho assisto una persona accusata di spaccio di sostanze stupefacenti. I fatti risalgono al 2002. La sentenza, di condanna, di primo grado è del 2009. Nel 2017 è stato fissato l’appello. I giudici, penso provando un senso di vergogna per un processo che si trascinava da 15 anni, riqualificando il fatto, hanno disposto la prescrizione “per la tenuità del fatto”. Un modo elegante per chiudere questo lungo processo.

Parliamo dei giudici e della qualità delle sentenze.

In cinquanta anni di attività professionale non ho notato grandi differenze. Tranne sull’uso della lingua italiana. Ma quello è un problema complessivo che riguardo la scuola e l’università. Ad esempio è sparito l’uso del pronome.

La società è cambiata e, conseguentemente, anche i magistrati sono figli di questo cambiamento.

L’altro giorno ero in Cassazione. In un’aula c’erano dei giovani magistrati neo vincitori di concorso in tirocinio. Mentre parlava il procuratore generale, alcuni masticavano le gomme, gesticolando e confabulando fra di loro, altri poi erano completamenti distratti. Non è stato un bel vedere.

Tornado alla sentenza, il Csm sta lavorando a delle linee guida che si fondano sulla sinteticità e completezza dell’atto. Può essere d’aiuto?

Io sul punto sono alquanto perplesso. Capisco l’esigenza di smaltire l’arretrato ma non credo sia possibile stabilire a priori un numero di pagine per la sentenza. Io ho un profondo amore per la motivazione perché permette di capire il ragionamento fatto dal giudice. Non è possibile, a priori, dare una misura della motivazione che valga per qualunque tipo di processo. Ogni caso richiede, come il sale nelle ricette, un “quanto basta” di motivazione.

La sintesi però è importante.

Guardi, abbiamo bisogno di giudici “normali”, che focalizzino l’attenzione sul fatto e chi siano calati nelle realtà quotidiana. Contesto, poi, la relazione più volte citata che collega l’inefficienza della giustizia al previo filtro di inammissibilità. La declaratoria di inammissibilità non la migliore la risposta di giustizia per la parte. Dietro quel ricorso c’è una storia, una persona che non capirebbe perché sia stata respinta la sua istanza per un vizio di forma.


Fonte: http://ildubbio.news/ildubbio/2017/07/22/franco-coppi-ancora-pm-dominano/


Alessandro

Vecchio travestito da nuovo



Alessandro

venerdì 21 luglio 2017

La Glaxo ammette di aver distribuito vaccini tossici nel Regno Unito?



E' di pochi giorni fa la notizia che la Glaxo  ha richiamato dei lotti di vaccini che pur non avendo tutte le carte in regola erano stati immessi per errore sul mercato a gennaio 2017 (vedi notizia). Sarebbe lecito sapere se  e  quanti di questi vaccini sono stati inoculati ancora una volta per errore.

Quella che segue è  una storia analoga con esito molto infausto per cui la Glaxo è stata accusata dalla Corte Irlandese di negligenza.

Nel 1970 sono state circa 60.000 le dosi  di vaccino antipertosse (Trivax) che non aveva passato i test di controllo distribuite sia in Irlanda che in Inghilterra,così ammette la stessa casa farmaceutica.

Nel 1992 la Corte Suprema  Irlandese  ha assegnato alla famiglia di un ragazzo irlandese, Kenneth Best, che ha sofferto di danni cerebrali  da uno di questi vaccini tossici, 2,7 milioni di £  a titolo di risarcimento.

Dopo una lunga e feroce battaglia legale con la Glaxo la famiglia del ragazzo alla fine ha vinto questo caso storico dopo che la madre Margaret ha fatto una scoperta sorprendente spulciando tra decine di  migliaia di documenti aziendali.

Ha scoperto che il vaccino Trivax usato su  suo figlio era di un lotto numerato 3741 rilasciato dalla società, pur avendo  fallito  alcuni test di sicurezza . I documenti hanno rivelato che le 60.000 dosi singole  erano  14 volte più potenti del solito.

Il Dipartimento della Salute è sotto pressione per  rintracciare i bambini che hanno ricevuto i vaccini incriminati.A questo vaccino tossico pare sia correlato sicuramente  il decesso di un bambino nel Wales.


https://www.theguardian.com/uk/2002/jun/30/tracymcveigh.antonybarnett


Link: http://www.infovax.it/news/la-glaxo-ammette-di-aver-distribuito-vaccini-tossici-nel-regno-unito/

Alessandro

D'Alema: "L'Europa ha bisogno dell'immigrazione"



Alessandro

Craxi e le rivelazioni



Alessandro

Feltri sulla condanna a Bossetti: "Ecco tutto quello che non quadra"



Condannare un poverocristo è l' esercizio più facile del mondo, tanto è vero che le galere, in particolare quelle italiane, sono piene di gente con le pezze al culo. Massimo Bossetti si è beccato addirittura l' ergastolo in appello dopo esserselo beccato in primo grado, perché non è stato capace, per mancanza di mezzi, di opporsi ai panzer dell' accusa. La quale ha speso una vagonata di milioni allo scopo di smascherare colui che ha ucciso Yara nella pianura bergamasca, e si è fissata sul carpentiere avendone isolato il Dna, cui ha attribuito il valore di un dogma divino. Con questo ragionamento bigotto: se sulle mutandine della ragazzina è stata rintracciata una particella del muratore, significa che questi è l' assassino. La cieca fiducia dimostrata dai giudici nella scienza è lodevole.

Deplorevole invece la fiducia altrettanto cieca che essi continuano ad avere in chi maneggia strumenti scientifici.Nel caso specifico, al prelievo del Dna e agli esami hanno contribuito i cosiddetti Ris, che non sono altro che carabinieri, brave persone, integerrime, utili, disponibili ma che con le provette e gli alambicchi dei laboratori non c' entrano un tubo. Difatti se un giovane spicca nella ricerca non si arruola nell' arma, ma rimane in Università. Come si fa allora a considerare i Ris infallibili, la bocca della verità alla quale attingere elementi illuminanti circa la soluzione di un giallo?

Di certo è importante disporre di ufficiali attrezzati in campo scientifico, ma è una follia pensare che il DNA da loro raccolto sia elevato a prova regina atta a sbattere un imputato nelle patrie galere per tutta la vita. Il quale imputato ha il diritto di chiedere la ripetizione degli accertamenti tecnici onde verificare non siano stati commessi degli errori. Gli esperti invece sostengono, col parere positivo della corte, che le vecchie e uniche analisi sono inconfutabili, per cui è superfluo ripeterle.

È una assurdità. Se un esame non è replicabile è un indizio vago, non una prova. Chi rischia l' ergastolo sulla base di una congettura merita di essere rispettato nelle sue richieste di conferma. Ma l' appello, per motivi misteriosi, ha respinto l' istanza del disgraziatissimo Bossetti. Se l' avesse accettata avrebbe fugato il dubbio che la vexata quaestio del DNA sia una bufala, un clamoroso granchio.

Come si giustifica l' ostinazione delle toghe a negare al carpentiere il sacrosanto desiderio di difendersi con qualsiasi documento? Non riusciamo a capirlo. Personalmente ho avuto una esperienza significativa. Alcuni anni orsono feci gli esami del sangue, roba routinaria, e con mia grande sorpresa vidi che i risultati erano sballati, quelli di un candidato a morte improvvisa.

Li ripetei immediatamente e ne attesi l' esito con grande apprensione. Erano perfetti, certificavano uno stato di salute invidiabile. Eppure in entrambe le circostanze mi ero rivolto a specialisti di primo livello. Il problema è uno solo. In ogni categoria abbondano sia gli ottimi che i pessimi professionisti. Succede tra i geometri e gli ingegneri, tra i medici e gli infermieri, tra i giornalisti poi il numero dei cretini è esorbitante, pertanto supponiamo che vi siano dei pirla anche nelle caste dei magistrati e degli scienziati. Mia nonna affermava che l' ora del coglione piglia tutti. Perché dovrebbe risparmiare toghe e camici bianchi, inclusi quelli che coprono la divisa dei fedeli nei secoli? Ecco perché noi semplici cronisti siamo indignati che lo sfigato artigiano edile sia stato murato vivo senza avere la possibilità di difendersi appieno. Non è umano, non è civile, anche se conviene. Difatti se l' esame bis del DNA si rivelasse impossibile, Bossetti dovrebbe essere assolto per assenza di prove. E ciò getterebbe nel più tetro sconforto investigatori e inquirenti, privati del capro espiatorio da immolare sull' altare della giustizia sommaria, i cui costi milionari gravano sul groppone dei cittadini.

Per stabilire l' innocenza del povero Massimo non c' è per altro bisogno di genetisti. È sufficiente aver letto i giornali. Secondo le carte, il rude Bossetti si sarebbe presentato davanti alla palestra con gli abiti da lavoro, imbrattati di calcinacci, e avrebbe ammaliato Yara non soltanto col suo fascino da carpentiere, ma anche esibendo un mezzo di trasporto irresistibile: un camioncino carico di cazzuole e arnesi simili. La ragazza, attratta dal suddetto carpentiere e dalla sua vettura tipica dei conquistatori, avrebbe accettato il corteggiamento dello stesso Bossetti, e sarebbe salita sul potente furgone, illusa di vivere un momento di felicità. Non si sarebbe neppure ribellata, nonostante la propria ritrosia. Forse conosceva già il seduttore? Neanche per sogno. Sui cellulari non vi è una sola telefonata tra i due. Ad onta di ciò, Massimo avvia il motore e compie chilometri e chilometri con la preda seduta accanto a lui, mite e senza accennare alla fuga. Come egli ha fatto a tener buona e calma la bambina e al tempo stesso a guidare? Da notare che lungo il percorso esistono vari semafori. Yara non ha tentato di scendere per darsela a gambe.

Cari lettori, vi sembra probabile? Pur di screditare il muratore si è detto che costui era incline a raccontare balle, a visionare siti porno, ad abbronzarsi con la lampada, come se questi squallidi dettagli abbiano qualche attinenza col delitto. Questa è la sostanza di un processo che suscita repulsione. I figli di Bossetti sono stati massacrati. Essi agli occhi del popolo hanno un padre omicida, una mamma leggerotta, una nonna zoccola e un nonno cornuto. Bella storia edificante che esalta la civiltà giuridica del nostro Paese. In conclusione. Si infligge l' ergastolo a una persona colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio? Ma se la corte è rimasta in camera di consiglio per 15 ore si vede che qualche dubbio c' era. Toccherà alla Cassazione cancellare questa indecenza.


Link: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13145682/massimo-bossetti-vittorio-feltri-condanna-puzza-quello-che-non-quadra.html

Alessandro

giovedì 20 luglio 2017

Della Vita Artificiale...



Alessandro

Sei Malato?



Alessandro

La prigione





Link: https://caldosullevette.wordpress.com/2017/07/20/la-prigione-henry/

Alessandro

Rivoluzione pacifica




Fonte: https://caldosullevette.wordpress.com/2017/07/20/rivoluzione-pacifica-henry/

Alessandro

Che sentenza!



Alessandro

MASSIMO BOSSETTI E' INNOCENTE!



Alessandro

martedì 18 luglio 2017

Anche Focus se ne accorge

Un super spray per il controllo del clima



Alla scoperta della geo-ingegneria climatica: tecniche di frontiera per il controllo del riscaldamento planetario. Ma con quali rischi?


Può uno spray essere la soluzione ai problem di surriscaldamento del nostro pianeta? Secondo David Keith e James Anderson, due ingegneri di Harvard, sì. I due si stanno infatti preparando a spruzzare nell’atmosfera uno speciale composto chimico che dovrebbe riflettere i raggi solari prima che si arrivino sulla Terra, contribuendo così a ridurne la temperatura. 

L'aerosol che fa bene al pianeta. Forse
Keith e Anderson condurranno il loro curioso esperimento irrorando l’aria sopra Fort Sumner, nel New Mexico (USA) con un aerosol a base di fosfati spruzzati da uno speciale pallone a 20.000 metri di quota. La loro idea è quella di replicare l’effetto di raffreddamento provocato dalle grandi eruzioni vulcaniche, che eruttando ceneri e detriti negli strati più alti dell’atmosfera, impediscono ai raggi solari di raggiungere il suolo facendone così abbassare la temperatura.

Il test, che dovrebbe aver luogo entro i prossimi 12 mesi, sarà condotto da un ente di ricerca sulla geo-ingegneria finanziato con diversi milioni di dollari da Bill Gates, il fondatore della Microsoft.

Giù le mani dal clima
Ma un esperimento del genere non sarà pericoloso? In effetti il mondo scientifico è piuttosto perplesso: gli esperti sostengono che le conseguenze di una simile procedura sono difficilmente prevedibili e potrebbero compromettere pesantemente il ciclo dell’acqua e la produzione di cibo. E secondo i gruppi ambientalisti, se avesse successo, sarebbe anche peggio perchè ridurrebbe l’impegno di governi e organismi sovrannazionali nella riduzione delle emissioni di CO2.
«Il test sarà condotto direttamente nell’atmosfera perchè in laboratorio non è possibile ricreaere le complesse interazioni tra tutti gli elementi dell’ambiente reale» ha spiegato Anderson in una recente intervista al Guardian. «Questo test comunque non servirà a variare il clima ma solo a testare l’efficacia del processo». Uno dei punti più complessi sembra infatti la messa a punto di molecole di solfati della giusta dimensione.

Meno pioggia per tutti 
Ma i gruppi ambientalisti non ci stanno e chiedono alle autorità americane di non concedere le autorizzazioni per l’esperimento: sostengono infatti che i modelli messi a punto durante le eruzioni vulcaniche possano offrire al mondo accademico tutte le informazioni necessarie, senza ulteriori rischi.

Uno studio della European Geoscience Union da poco pubblicato sostiene che la riduzione artificiale dell’irraggiamento del pianeta potrebbe ridurre del 20% le precipitazioni in Sud America del 15% in Europa e Asia. Keith e il suo collega son invece molto tranquilli: lo studio di fattibilità del loro esperimento commissionato qualche mese fa a un’azienda aerospaziale Americana ha dato esiti positivi.

Lo scorso autunno il governo britannico ha vietato Spice (Stratospheric Particle Injection for Climate Engineering) un esperimento simile che prevedeva l’irrorazione dell’atmosfera con acqua: molte associazioni non governative hanno sonoramente protestato sostenendo che questo test era solo un cavallo di Troia per l’avvio su vasta scala di esperimenti di controllo del clima.




Alessandro

Germania, Coro Ratisbona: 547 bambini vittime di violenza



Secondo il rapporto legale fatto dall'avvocato Ulrich Weber su incarico della Chiesa, 67 subirono anche abusi sessuali. Il fratello del papa emerito Benedetto XVI, Georg Ratzinger, è stato direttore del coro per trenta anni, tra il 1964 e il 1994


BERLINO - Sono almeno 547 i bambini che, tra il 1945 e l'inizio degli anni '90, hanno subito violenze nel coro del Duomo di Ratisbona,  il più antico coro di voci bianche del mondo e che fu anche diretto dal fratello del Papa emerito Benedetto XVI, Georg Ratzinger. A fornire questi numeri è stato l'avvocato Ulrich Weber, incaricato dalla Chiesa di far luce sullo scandalo, nel documento finale in cui indica che, tra il 1945 e l'inizio degli anni '90, 500 bambini e ragazzi subirono violenze corporali e 67 violenze sessuali, in alcuni casi entrambe. L'indagine ha permesso di identificare 49 responsabili, anche se difficilmente ci saranno processi perchè i reati sono prescritti. nel precedente rapporto del gennaio 2016 Weber aveva riferito solo di 231 casi di abusi e maltrattamenti, con stupri, percosse e privazione del cibo.

Stando al documento, 500 bambini hanno subito violenze corporali, e 67 anche violenze sessuali. Secondo Weber 49 colpevoli sono stati identificati. Per decenni secondo il rapporto si sarebbe creato un "sistema della paura", con percosse e abusi sessuali. Fra le esibizioni più famose dei Regensburger Domspatzen (i "passeri" del Duomo di Ratisbona fondati mille anni fa), quello per la presa di possesso del titolo di arcivescovo di Monaco del fratello, quello per la visita di Elisabetta II nel 1978 e per quella di Giovanni Paolo II nel 1980.

"Le vittime - si legge nel nuovo rapporto sulla vicenda - hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l'inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della sua vita, caratterizzato da paura e violenza". Dopo le denunce degli anni scorsi, la diocesi ha iniziato a cooperare con l'inchiesta sugli abusi lo scorso anno e dovrà pagare un indennizzo di 20mila euro a ciascuna vittima, in maggioranza, alunni della terza e quarta elementare.

Il fratello del papa emerito Benedetto XVI, Georg Ratzinger, è stato direttore del coro per trenta anni, tra il 1964 e il 1994. "Se fossi stato a conoscenza dell'eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa (...) Mi scuso con le vittime", disse Georg Ratzinger in un'intervista del 2010 alla stampa tedesca, ammettendo comunque di aver anche lui dato qualche schiaffo durante i primi anni da direttore.

Nella conferenza stampa l'avvocato Weber ha attribuito a Georg Ratzinger la responsabilità di "aver chiuso gli occhi e non aver preso misure a riguardo". I principali responsabili delle violenze e degli abusi sono stati individuati nel direttore della scuola e del suo vice, ma nel rapporto si punta il dito contro una "cultura del silenzio" che ha spinto molti della gerarchia ecclesiastica a tacere sulle aggressioni nei confronti dei minori per difendere il nome dell'istituzione.

Nel rapporto viene poi criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando in particolare il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime.

Per gli abusi due religiosi erano già finiti davanti alla giustizia tedesca: si tratta di un ex insegnante di religione e vicedirettore dell'omonimo ginnasio-liceo, cacciato nel 1958, e di un ex direttore del convitto condannato nel 1971. Entrambi sono morti nel 1984.


Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/18/news/germania_547_bambini_vittime_violenza_coro_ratisbona-171058045/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

Alessandro

Delle Multinazionali



Alessandro

domenica 16 luglio 2017

La comodità è una droga che si acquista con il lavoro



Solo cinquant'anni fa, in Italia la maggior parte delle famiglie non aveva ancora un frigorifero o una televisione, l'automobile era un lusso che spettava solo al capo famiglia e lavastoviglie ed asciugabiancheria erano oggetti che in pochi potevano permettersi.

La gente di allora sognava di lavare i piatti più in fretta, di asciugare il bucato senza l'aiuto del Sole o di lavare i panni sporchi in pochi minuti. Questi sogni negli anni si sono materializzati, ed oggi tutta questa diabolica tecnologia è a portata di tutti.

Oggi non ci sono famiglie che non abbiamo in casa propria un frigorifero, una tv, una lavastoviglie, una lavatrice o una stufetta elettrica scaldabagno.

Oggi tutti questi oggetti ci sembrano "indispensabili" e fatichiamo addirittura ad immaginarci una vita senza di loro, eppure, fino a ieri, la gente ha saputo farne a meno.

La comodità è una droga che si acquista con il lavoro, ed è una droga sia fisica che mentale, basta infatti la rottura di un elettrodomestico per mandarci su tutte le furie, rivelando la nostra "crisi d'astinenza".

Siamo tutti drogati senza rendercene conto e questa droga d'eccellenza ci viene venduta attraverso gli spacciatori pubblicitari che ci invogliano all'acquisto, ma il lato più buffo della faccenda è che noi siamo sia i produttori che i consumatori.

Siamo noi a produrre su ordine delle aziende tutti questi elettrodomestici che finiscono per crearci dipendenza, siamo noi dunque ad auto-schiavizzarci nelle fabbriche e ad auto-sottrarci il nostro TEMPO per produrre tutta quella merce, che ha detta nostra, ci serve per guadagnare tempo, per fare più in fretta.

Un tempo la casalinga aveva l'intera giornata per lavare, stirare, asciugare i panni e cucinare, ma dopo che ha scelto di unirsi al club del lavoro salariato non ha avuto più tempo per questo ed ha quindi dovuto acquistare tutti quegli elettrodomestici che svolgono il lavoro al suo posto, elettrodomestici ovviamente programmati per guastarsi ogni tot anni, in modo tale da spingere il consumatore a riacquistarne di nuovi una volta buttati i precedenti.


Per chi non lo sapesse, questa si chiama obsolescenza programmata.

Riassumendo: nel passato abbiamo desiderato una vita più confortevole che ci sollevasse dalle mansioni domestiche altrimenti dette "lavoro", abbiamo quindi creato degli apparecchi che eseguono i mestieri al posto nostro, ma non avevamo fatto i conti che quegli apparecchi andavano costruiti, proprio da noi...

Ed ora dopo millenni di storia dell'umanità, ci ritroviamo a lavorare più di prima, per pagare a rate quegli oggetti concepiti per non farci lavorare.

Ed ora siamo qua, tutti dipendenti da questa droga tecnologica che ci viene venduta una rata alla volta, a chiederci quale sarà il nostro prossimo oggetto di cui non potremmo mai più farne a meno.


Link: http://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2017/07/la-comodita-e-una-droga-che-si-acquista.html

Alessandro

Rigurgiti dal passato



Alessandro

martedì 11 luglio 2017

Immigrazione Svezia: Aiutateci, aiutateci! Firmato: la polizia



La Svezia è fuori controllo, quasi persa, e ad ammetterlo è Dan Eliasson, il capo della polizia, che in tv descrive una situazione da guerra civile, con intere aree del paese sfuggite all’autorità dello Stato, e conclude con un disperato appello ai cittadini: «Aiutateci, aiutateci!».

«Ad essere fuori controllo è lui», reagisce rabbiosa la stampa progressista, ma c’è la conferma di Anders Thornberg, capo dei servizi segreti (Säpo), che alza addirittura l’allarme parlando di terroristi e spiegando che «dai 200 monitorati nel 2010 si è passati a qualche migliaio», capaci di colpire in Svezia e altrove, soprattutto le decine di foreign fighter di ritorno dalla Siria.

Ma perché improvvisamente i vertici di polizia e servizi rompono il muro di omertà? La ragione si desume da un servizio della Nrk, la Rai norvegese, che lo scorso settembre ha svelato come ogni giorno in Svezia tre agenti si licenzino e l’80 per cento pensi di cambiare lavoro. Eliasson ammette che le aree “vietate” a polizia e pompieri sono diventate 61, sono sempre più estese e 23 di queste, attorno alle città più grandi, sono considerate “particolarmente rischiose”. Da lì la polizia si è ritirata: commissariati chiusi e controllo, de facto, demandato a 200 gang che armano almeno cinquemila delinquenti. Persino le ambulanze chiedono di entrarci con attrezzature da zona di guerra.
I “populisti” di Sd (Sverigedemokraterna), schizzati al 18 per cento nei sondaggi, spingono per l’intervento dell’esercito a Malmö, e Adam Marttinen, responsabile giustizia del partito, spiega che occorre ridare pieni poteri alla polizia, revocare la nazionalità agli estremisti, impedire i programmi di accoglienza per i terroristi di ritorno dalla Siria ed espellere chi delinque. Tutto il contrario della ministra della Cultura e Democrazia, Alice Kuhnke, che alla TV di Stato accusò i comuni di non fare abbastanza per accogliere nuovamente chi era andato a combattere.

La città di Lund che propose ai terroristi di ritorno una casa, dei sussidi e lavoro socialmente utile, pareva infatti un’eccezione, ma una recentissima inchiesta di Expressen ha svelato una realtà inquietante: decine di fanatici che avevano postato sui social loro foto con teste mozzate e nemici uccisi sono stati riaccolti in Svezia e vivono protetti con un nuovo nome concessogli dalle autorità. Delle preziose risorse da proteggere, pare. Pentiti? A leggere le interviste non sembra proprio. Per il governo però la situazione è “sotto controllo”, non c’è overdose di migranti e il terrorismo non colpisce la Svezia. No? E la strage di Stoccolma?

L’imbarazzante sito internet che il governo usa per controbattere alle cosiddette “fake news populiste” spiega che si è trattato di «un sospetto attacco terroristico, ma i motivi non sono ancora chiari».

Emblematico di questo negazionismo di Stato il caso della ministra degli Esteri Margot Wallström, che dopo le stragi di Parigi del novembre 2015 (130 morti) suggerì che fossero una reazione alla «frustrazione» per la situazione palestinese. Ma le comode spiegazioni, nota la giornalista Annika Rothstein, non reggono più: «La Svezia – dice Rothstein, che collabora con Israel Hayom e Jerusalem Post – è notoriamente contro Israele, filopalestinese e neutrale in ogni conflitto, eppure oggi è nel mirino. Evidentemente la spiegazione è un’altra e non è la povertà, visto che una famiglia di migranti di 4 persone, oltre alla casa, riceve più di 3.000 euro in sussidi al mese». Annika spiega come la Svezia, che già nel 2014 aveva circa 400 mila musulmani su 9 milioni di abitanti, tra il 2015 e il 2016 ha accolto altri 150 mila migranti «da paesi dove le opinioni sulle donne, la sessualità, l’eguaglianza e la separazione tra Stato e religione sono molto diverse dalle nostre.

C’è un inevitabile scontro di valori, e ci si rifiuta di ammettere che esso può solo intensificarsi: vediamo l’impennata dei delitti d’onore, gli stupri coperti dalla polizia e dai media e la segregazione sessuale accettata per accontentare i fanatici». Dopo le violenze sessuali di massa che fecero scalpore a Colonia, Rothstein scoprì che anche in Svezia la polizia, pur al corrente di atti simili, avesse deciso di non parlarne perché i sospettati erano qualificati come “rifugiati”. Supposizioni? No, il capo della polizia di Stoccolma, Peter Agren, ammise alla stampa che «è un tema sensibile. Abbiamo paura di dire la verità perché potrebbe favorire la propaganda populista».

Significativo anche il “caso Trump”, scoppiato quando il presidente americano, parlando di estremismo in un comizio il 18 febbraio scorso, ha detto: «Guardate cosa succede in Germania, a Bruxelles, in Svezia, a Parigi…». Governo svedese e mass media mondiali si sono affrettati a ridicolizzarlo: in Svezia non succede niente e nulla succederà. Pochi giorni dopo un tir lanciato da un islamista uzbeko sulla folla a Stoccolma ha dimostrato che si sbagliavano, ma Trump si riferiva ad altro: parlava di un documentario di Ami Horowitz, trasmesso da Fox negli Stati Uniti, in cui poliziotti svedesi ammettevano la loro impotenza rivelando che, anche in caso di inseguimento, le loro auto si fermano all’entrata dei quartieri a rischio, dove circolano armi da guerra e droga ma gli estremisti sono intoccabili poiché chi osa farlo è accusato di razzismo.

Amun Abdullahi, musulmana scappata dalla Somalia e diventata giornalista della radio pubblica svedese, pensava fosse giusto raccontare come gli estremisti di Al Shabaab reclutassero giovani nelle periferie di Stoccolma. Ma «anziché ringraziarmi, i colleghi di sinistra mi dicevano di stare zitta e cominciarono a ostracizzarmi. Ero odiata e accusata di dire cose che, seppur vere, favorivano la destra». Minacciata e delusa, Amun è tornata in Somalia perché «Stoccolma è più pericolosa di Mogadiscio». Stessa sorte per Hanif Bali, deputato musulmano di origine iraniana che rivela: «Si parla di dialogo ma quando dico cose positive sugli ebrei ricevo fiumi di email minacciose da immigrati arabi e gente di sinistra, è davvero pericoloso parlare».

Link: http://www.imolaoggi.it/2017/07/11/immigrazione-svezia-aiutateci-aiutateci-firmato-la-polizia/

Alessandro

Non esiste la "voglia di lavorare"



E' giunta l'ora di sfatare una volta per tutte il falso mito della voglia di lavorare perché non esiste una voglia di lavorare.

Il lavoro fin dai tempi antichi ha sempre significato fatica, sacrificio e tortura, sia fisica, sia psicologica, tant'è che il lavoro nei tempi antichi era riservato solo agli schiavi e ai servi (schiavi volontari).

A partire dall'Era Industriale invece, il lavoro, anche grazie alla propaganda ripetitiva della televisione, è stato magicamente trasformato in attività dignitosa, in aspirazione, in carriera, e così fino ai giorni nostri, dove lo schiavo è divenuto un servo volontario, particolarmente felice di trovare un lavoro, entusiasta nello svolgere ogni giorno le stesse azioni, euforico alla vista di un contratto fisso che lo lega alla monotonia fino alla vecchiaia.

Ed è sempre grazie alla propaganda del potere attraverso i mezzi di "informazione" che quell'attività odiata ed evitata nell'antichità, oggi rappresenta la massima aspirazione dell'essere umano, risulta naturale quindi che chi nel tempo non si è omologato al pensiero dominante è stato etichettato come scansafatiche, fannullone o semplicemente come uno che non ha voglia di lavorare.


Ma che cos'è la voglia di lavorare?


Le radici della parola lavoro come sappiamo rappresentano solo significati negativi: fatica, sforzo, travaglio, che deriva dal latino tripalium (strumento di tortura)!

Sarebbe sciocco dunque affermare che esistano persone con la voglia di fare fatica, di sforzarsi o di subire un travaglio fisico e mentale.

Certo ci sono persone che amano il proprio lavoro, come il pilota di F1, il calciatore, il politico, l'atleta o il musicista, ma essi svolgono il lavoro che hanno sempre sognato, o meglio quello che sono nati per fare...

Leonardo Da Vinci come Michelangelo dipingeva e certamente non provava stress o fatica nel dipingere, ma provate costringere un meccanico o un falegname a dipingere tutto il giorno e vedrete come questi odieranno la pittura e l'arte...

Perché? Per il semplice motivo che verrebbero costretti a fare un lavoro che non sono portati a fare, che non lo sentono dentro, nel cuore, nella propria anima, allora ha senso ancora criticare chi "non ha voglia di lavorare"?

No, perché la voglia stessa di lavorare non esiste.

Esistono solo dei ruoli a cui siamo portati fin dall'infanzia, e c'è pure il ruolo del lavoratore felice, che essendo nato privo d'ispirazioni, prova piacere nello svolgere compiti e mansioni per conto di altre persone, ed è giusto così, altrimenti il mondo sarebbe un vero e proprio caos.

Si, ci sono persone che amano semplicemente lavorare, svolgere una qualsiasi attività venga loro proposta, ma quest'ultime non dovrebbero criticare chi al contrario loro non vuole svolgere un qualsiasi compito assegnatole.

Ecco perché trovo il sistema attuale profondamente ingiusto e destinato a crollare, perché come può reggersi in piedi un sistema dove al posto di insegnarti a pensare a cosa davvero vuoi fare nella tua vita, ti spinge invece a trovarti un lavoro? Un qualsiasi lavoro?!

La verità è che oggi non c'è una vera libertà di scelta e gli esseri umani sono sempre più costretti ad abbandonare i propri sogni e le proprie aspirazioni a favore di ruoli alienanti, stressanti e insignificanti, tutte piccole gabbiette gentilmente offerte dal sistema stesso, dove la gente si incastra a vita in cambio di uno stipendio sicuro a fine mese.

Questa è la morte dell'Anima, della qualità fondamentale umana che è la CREATIVITA', oggi non si crea più nulla, si lavora e si portano a casa i soldi, si costruiscono le case e si acquistano le macchine, ma i sogni? E si finisce così per morire come tanti consumatori, senza aver realizzato un vero e proprio scopo nella propria vita.

Consolatevi o voi che non avete voglia di lavorare, perché i sani in questo mondo malato siete voi, a cui hanno reciso le ali dei vostri sogni e delle vostre vere aspirazioni, e ricordate che non siete dei falliti, tanto meno degli scansafatiche, sono sicuro che se vi fosse data possibilità e tempo, trovereste anche voi il lavoro della vostra vita, quello per cui siete nati per fare.


Mandate a quel Paese chi vi dice che non avete voglia di lavorare!


Se ancora odiate svolgere mansioni per voi insignificanti significa solo che non sono ancora riusciti a corrompervi l'anima.


Link: http://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2017/07/non-esiste-la-voglia-di-lavorare.html

Alessandro

Il comunismo ha fatto milioni di morti. Perché non c’è il reato di apologia?



“#DdlAntifascismo @matteorenzi Perché non introdurre in legge Fiano anche apologia comunismo? Storia va letta a 360gradi, non in unica direzione”. Lo scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. Insomma, Brunetta ha centrato il vero problema della legge che la maggioranza sta furiosamente cercando di approvare. Sulla vicenda interviene anche Fratelli d’Italia: “È strabiliante notare come proprio alla vigilia della pubblicazione del libro di Renzi L’Italia va avanti, il Pd alzi la canizza su una pericolosissima minaccia che si aggira per l’Europa. No, non è il terrorismo islamico, non è l’immigrazione. È il fascismo”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Fabio Rampelli, a proposito della legge a prima firma Fiano che inserisce nel codice il reato di propaganda fascista. 

“Questo è il modo del Pd di guardare avanti per il futuro dell’Italia, introdurre nel nostro ordinamento i reati d’opinione, anzi, un unico reato d’opinione perché si potrà impunemente inneggiare a Stalin e a Osama Bin Laden. La verità è che taluni personaggi del Pd restano profondamente illiberali, faziosi e comunisti dentro”, ha aggiunto il parlamentare di Fdi. “Invece di pensare ai drammi del Paese, vogliono introdurre una norma anacronistica, inutile e senza senso, vogliono cancellare la storia, una cose folle, da matti”, dice da parte sua Alessandra Mussolini, parlando della legge Fiano, sul reato di apologia del fascismo, oggi in discussione alla Camera. Per l’eurodeputata di Forza Italia “Fiano, che è uomo di Renzi, dimostra la pochezza culturale e politica di questa classe dirigente”. “Ma che senso ha una legge così – si domanda la Mussolini -.

 Io sarei allora un reato vivente” e arriveremo al punto che “un pelato con mascella volitiva si dovrà autodenunciare”. “Io – ricorda Mussolini – a casa ho di tutto, busti e fasci, perché fanno parte della mia storia, di quella della mia famiglia, che faccio mi autodenuncio?”. “Quando ho saputo che volevano fare questa cosa – conclude l’europarlamentare azzurra – non ci volevo credere”. “Mentre siamo invasi dagli extracomunitari e chiudono gli esercizi commerciali si preoccupano di una cosa senza senso per attirare un elettorato che neanche c’è più”.

Il fatto che i posacenere con l’effigie del Duce o il vino nero siano la priorità del governo italiano, la dice lunga sulla qualità dell’esecutivo stesso: oltre ai problemi citati da Rampelli, il terrorismo islamico e l’invasione di clandestini, c’è la disoccupazione, la pressione fiscale, il deficit dello Stato, le carenze dell’Unione europea, l’economia disastrata, la giustizia, la burocrazia e potremmo non fermarci mai: questi sono i problemi che un governo serio dovrebbe affrontare, altro che le spiagge “fasciste” e i gadget di Mussolini.

E poi la critica di Brunetta è centrale: dati alla mano, il comunismo ha certo fatto molte più vittime del fascismo e del nazismo, perché non è fuorilegge, perché non c’è una legge Scelba anche per i comunisti? È uno dei tanti misteri iitaliani, ma la cosa certa è che se in Italia c’è una rivalutazione del fascismo, non è tanto per il fascismo stesso, quanto per l’inettitudine dei governi post e antifascisti che si sono succeduti, che non hanno mai saputo dare – e mai come ora – una risposta ai problemi degli italiani. Tra pochi anni le nostre figlie dovranno portare il velo, ma almeno non vedremo più i portachiavi con la faccia di Mussolini

Link: http://www.secoloditalia.it/2017/07/il-comunismo-ha-fatto-milioni-di-morti-perche-non-ce-il-reato-di-apologia/

Alessandro

Le parole: genitore, madre e padre



Alessandro

lunedì 10 luglio 2017

Tra 20 anni...



Alessandro

Citazione: Omicidi...

Maurizio Ghigliotta....Vengo a sapere che il padre di Meredith non solo lavora per BBC, ma è anche collegato ai servizi segreti inglesi.  Toh.

Un piccolo particolare che i giornalisti hanno omesso e che gli investigatori non hanno preso minimamente in considerazione.

Come il piccolo particolare che Stefano Lorenzi - il padre di Samuele a Cogne - era uno dei Killer della Uno bianca e faceva parte della gladio militare.

Come il piccolo particolare che Chiara Poggi, a Garlasco, lavorava per una ditta dei servizi segreti, la Computer Sharing.

Come il piccolo particolare che Simonetta Cesaroni - delitto di via Poma - lavorava per i servizi segreti e fu uccisa in un appartamento di proprietà dei servizi.


E ce ne sono altri ! Quanti particolari sfuggono, ai magistrati massoni e ai giornali e alle TV di proprietà delle banche e delle multinazionali. E povere anime muoiono!

Alessandro

domenica 9 luglio 2017

Asta del Pesce



Alessandro

Il mostro si e' rivelato



Alessandro

Yara viva due mesi e mezzo dopo la sparizione? Lo affermavano il questore e il procuratore Meroni



Yara Gambirasio era forse viva fino al 10 gennaio 2011, due mesi e mezzo dopo la sparizione misteriosa, avvenuta a Brembate di Sopra il 26 novembre 2010. Può essere più di una ipotesi, pur smentita debolmente dagli esiti dell’autopsia, perché ad affermarlo sono stati i più alti inquirenti che indagavano sull’inquietante caso. Sarebbe solo una importante conferma, perciò, la foto satellitare, presentata al processo d’appello, dalla quale sembra che il 24 gennaio 2011 il cadavere della ragazza non fosse a Chignolo d’Isola nel campo dove fu poi ritrovato il 26 febbraio.

La questione del giorno della morte di Yara è entrata tardivamente nella vicenda giudiziaria, proprio da una settimana, nel processo d’appello che si celebra a Brescia per decidere dell’ergastolo inflitto in primo grado a Massimo Bossetti. La sentenza in discussione si basa sulla “certezza” che la ragazza fu uccisa subito proprio nel campo di Chignolo, ma fa acqua da molte parti e suscita enormi interrogativi.

Il “giallo” era stato documentato nel libro “Yara, orrori e depistaggi”, una inchiesta del giornalista Salvo Bella pubblicata a febbraio del 2014. Il libro evidenziava che il 10 gennaio 2011 il questore Vincenzo Ricciardi aveva dichiarato “Noi lavoriamo perché vogliamo riportare a casa Yara viva, e ci riusciremo, basta un pizzico di fortuna”. La stessa cosa aveva detto un mese prima il procuratore aggiunto di Bergamo Massimo Meroni.

Nonostante tali evidenze sorprendenti, al dibattimento in Corte d’Assise non furono chiesti lumi a Bella e soprattutto ai due alti inquirenti, le cui dichiarazioni non sono state mai smentite.

La battaglia in corso in secondo grado da parte della difesa di Massimo Bossetti, che punta ora sull’immagine rivelatrice del satellite WorldView-1, manca dunque, tuttora, di quegli elementi probatori rivelati da un giornalista più di tre anni e mezzo fa, che non essendo entrati nella sentenza di primo grado resteranno fuori, sorprendentemente, anche da questo secondo processo.


Link: http://ildelitto.it/index.php/it/210-yara-viva-due-mesi-e-mezzo-dopo-la-sparizione-lo-affermavano-il-questore-e-il-procuratore-meroni


Alessandro

Papa Francesco, immigrazione: "Il colonialismo ha reso l'Europa più ricca"



Puntuale come le tasse, si ripete il format dell'intervista di Eugenio Scalfari a Papa Francesco, su Repubblica. Il colloquio, questa volta, piove in occasione del tormentato G20 di Amburgo. E il Pontefice coglie la palla al balzo per bacchettare uno dei protagonisti del vertice, Donald Trump, bacchettato al pari di Vladimir Putin. "Temo che ci siano alleanze assai pericolose tra potenze che hanno una visione distorta del mondo: America e Russia, Cina e Corea del Nord, Putin e Assad nella guerra di Siria", afferma il Pontefice.

Ma i passaggi più significativi dell'intervista sono quelli relativi all'immigrazione, in cui in buona sostanza Francesco torna ad invocare le "porte aperte per tutti". Bergoglio, infatti, spiega a Scalfari che "il pericolo riguarda l’immigrazione. Noi abbiamo come problema principale e purtroppo crescente nel mondo d’oggi quello dei poveri, dei deboli, degli esclusi, dei quali gli emigranti fanno parte. D’altra parte ci sono Paesi dove la maggioranza dei poveri non proviene dalle correnti migratorie ma dalle calamità sociali; altri invece hanno pochi poveri locali ma temono l’invasione dei migranti. Ecco perché il G20 mi preoccupa - rimarca il Papa -. Colpisce soprattutto gli immigrati di Paesi di mezzo mondo e li colpisce ancora più col passare del tempo".

Ed eccoci, dunque, allo "spalancare le porte". Papa Francesco infatti ricorda il colonialismo, i suoi aspetti positivi e negativi: "Comunque - afferma - l'Europa divento più ricca, la più ricca del mondo intero. Questo sarà dunque l’obiettivo principale dei popoli migratori".



Alessandro

"Migranti in cambio dei conti. Suicidio firmato Renzi e Alfano"



L'ex ministro della Difesa: "Abbiamo ceduto sovranità per una maggiore flessibilità. È un errore capitale"

«Durante il governo Letta non c'è stato un solo Consiglio dei ministri dedicato all'ipotesi di sottoscrivere con l'Europa un'intesa che ci garantisse maggiore flessibilità sui conti pubblici in cambio di un accoglienza unilaterale dei migranti.

Perché alla sinistra conviene Chi ha incominciato a parlare in tono esplicito della necessità di coinvolgere in accordi formali l'Ue è stato Renzi. È stato il suo governo a presentare come un successo il coinvolgimento dei paesi europei nelle attività di soccorso e a vantarsene sostenendo di aver risolto il problema dei flussi migratori».

La prima a parlare di un patto RenziUnione Europea per ottenere maggiore flessibilità sui conti pubblici in cambio della disponibilità ad accogliere i migranti salvati nel Mediterraneo è stata Emma Bonino, ex ministro degli esteri al tempo del governo Letta. La tesi viene confermata in questa intervista a Il Giornale dal senatore Mario Mauro, l'ex ministro della Difesa del governo Letta rientrato da alcuni mesi in Forza Italia.

«Sia Frontex Plus, sia Triton spiega l'ex ministro - sono accordi caratterizzati dall'impegno di una parte dei paesi europei a offrire assetti per il salvataggio in mare senza farsi carico dei migranti. Quella svolta è arrivata con i trattati siglati dal governo Renzi. Fino alla firma di Triton un migrante recuperato da una nave inglese risultava di fatto in territorio inglese. Con il governo Renzi si è accettato che tutti quelli recuperati dalle missioni di europee arrivassero sul suolo italiano».

Ma oltre a Renzi chi ha colpa di tutto questo?

«Beh la prima persona a cui bisognerebbe girare la domanda è l'allora ministro degli interni, oggi alla Farnesina, Angelino Alfano che ha firmato tutti questi trattati».

Dunque lei crede ad un'impronunciabile intesa?

«Il regolamento di quelle operazioni parla chiaro. Quelle operazioni prevedono che sia consentito alle navi di portare in Italia le persone soccorse. Qualcuno deve per forza aver dato l'assenso».

Come fa ad esserne così sicuro?

«Abbiamo due dati oggettivi. Il primo è che i migranti non vengono mai portati né Malta, né a Tunisi. Eppure molti recuperi avvengano più vicino a Malta che all'Italia, mentre la Tunisia non è affatto un paese insicuro per i richiedenti asilo. Se tutte le Ong, tutte le navi mercantili e tutte le navi militari stranieri sbarcano migranti solo in Italia evidentemente esistono precisi ordini. E questi ordini sono figli della sottoscrizione da parte del governo Renzi delle regole d'ingaggio previste da Frontex Plus e Triton».

Ma scambiare migranti con la flessibilità economica è un suicidio politico

«Come spiega l'ex ministro delle finanze Francesco Forte ogni centomila immigrati hai un incremento di spesa pubblica che non va ad alimentare il debito pubblico. In pratica trasformando il salvataggio in mare in un servizio taxi Renzi ha alterato il rapporto fra il Pil e il rapporto debito pubblico».

Lei da ministro della Difesa ha tenuto a battesimo Mare Nostrum. Non è stato il primo fatale errore

«Mare Nostrum era una missione temporanea e prevedeva oltre ai soccorsi uno sviluppo sul piano militare per colpire scafisti e trafficanti di uomini che il governo Renzi non ha poi voluto attuare. I tre grandi errori capitali che hanno generato l'attuale fenomeno migratorio sono tutti figli del governo Renzi».

E quali sono?

«Il primo è aver affidato la sicurezza e la tutela dei confini a Frontex plus e a Triton accettando di fatto una cessione della sovranità nei confronti dell'Europa. Il secondo fatale errore è stato commesso all'atto dell'accordo con cui l'Unione Europea ha garantito sei miliardi alla Turchia la chiudere la rotta balcanica. Renzi avrebbe dovuto approfittarne per chiedere di negoziare un accordo contemporaneo e parallelo con Tunisia e l'Egitto per l'apertura nei due paesi di centri di identificazione e campi di raccolta che rendessero più facile la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici. Il terzo errore è stato non capire che il problema fondamentale è quello di un intervento a ridosso delle coste libiche».

Parla d'intervento militare?


«Parlo di atti di pressione militare che potrebbero venir considerati indebiti, ma sono pienamente legittimati dalla situazione di guerra civile strisciante che mette a rischio non solo l'Italia, ma l'intera Europa».

Link http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-cambio-dei-conti-suicidio-firmato-renzi-e-alfano-1417263.html

Alessandro

'Così torturavamo i brigatisti'



Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso denunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie"


Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".

Salvatore Genova è l'uomo il cui nome è da trent'anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l'accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l'acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.

Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto

"Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. È la squadra messa in campo dal ministero dell'Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.

Il capo dell'Ucigos, De Francisci, ci dice che l'indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l'alto, ordini che vengono dall'alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.

Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell'occasione ci viene presentato. È Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell'Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell'interrogatorio duro, dell'acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all'indomani dell'uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.

Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell'Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.

Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all'ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo "disarticolarlo", prepararlo per Ciocia e i quattro dell'Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un'altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: "Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male". Poi il tubo in gola, l'acqua salatissima, il sale in bocca e l'acqua nel tubo. Dopo un quarto d'ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell'Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.

Dopo qualche giorno l'interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.

Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all'ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.

È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l'acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier. Il blitz è un successo, prendiamo tutti e cinque i terroristi e li portiamo nella caserma della Celere di Padova. Ciascuno in una stanza, legato alle sedie, bendato, due donne e tre uomini. Tra loro Antonio Savasta che inizierà a parlare quasi subito, e proprio con me, consentendoci di fare centinaia di arresti.

Ma le violenze non finiscono con la liberazione del generale. Il clima è surriscaldato. Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l'imitazione, il "mano libera per tutti". Un gruppo di poliziotti della celere, che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo, va nelle stanze dove sono i cinque brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni, viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a "quello stronzo", riferendosi a Cesare Di Lenardo, l'unico dei cinque che non collabora con noi. Io non gli dico di no e inizia in quell'attimo la vicenda che ha portato al mio arresto. La mia responsabilità esiste ed è precisa, non aver impedito che il tenente Giancarlo Aralla portasse Di Lenardo fuori dalla caserma. La finta fucilazione e quello che accadde fuori dalla caserma lo sappiamo dalla testimonianza di Di Lenardo. Io rividi il detenuto alle docce. Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice.

La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli "stronzi" non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l'inchiesta non porterà da nessuna parte.

Quando i giornali cominciano a parlare di torture e scatta l'indagine contro di me e gli altri per il caso Di Lenardo mi faccio vivo con Improta, gli dico che non voglio restare con il cerino in mano, che devono difendermi. Lui promette, dice di non preoccuparmi, ma solo l'elezione al Parlamento propostami dal Partito socialdemocratico mi toglie dal processo. Gli altri quattro arrestati con me vengono condannati in primo grado e, alla fine, amnistiati.

Noi non siamo mai stati in prigione. Io venni portato all'ospedale militare di Padova e lì mi venivano a trovare funzionari di polizia per informarmi delle intenzioni dei magistrati. Tra le mie carte ho ritrovato un appunto dattiloscritto che mi venne consegnato in quei giorni. È una falsa, ma dettagliatissima, ricostruzione dei fatti che dovevamo sostenere per essere scagionati. Suppongo che lo stesso foglio venne dato anche agli altri arrestati perché non ci fossero contraddizioni tra di noi.
Io me ne sono restato buono per tutti questi anni perché non volevo far scoppiare lo scandalo, fare arrestare tutti quanti.

Oggi, guardandomi indietro, vedo con chiarezza che ho sbagliato, che non avrei dovuto commettere quelle cose, né consentirle. Non dovevo farlo né come uomo né come poliziotto. L'esperienza mi ha insegnato che avremmo potuto ottenere gli stessi risultati anche senza le violenze e la squadretta dell'Ave Maria". 


Link: http://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/04/05/news/cosi-torturavamo-i-brigatisti-1.42054

Alessandro

giovedì 6 luglio 2017

Del Fruttarismo...



Alessandro

Tortura...



Alessandro

Una Telefonata....



Alessandro

Ed io Pago!



Alessandro

Volete leggere qualcosa di veramente inquietante?

I vostri figli appartengono allo Stato.

Il Sen. Malan spiega:

"...Ricordo una delega della fine della scorsa legislatura, sempre in ambito di Giustizia, che prevedeva la riforma sulla questione della filiazione. La delega votata dal Parlamento diceva che si chiedeva al Governo di formare il concetto di responsabilità genitoriale quale aspetto dell’esercizio della potestà genitoriale. Questa era la delega, ma il Governo la eseguì nel seguente modo: ovunque nella legge c’era scritto «potestà genitoriale», si sostituì tale espressione con «responsabilità genitoriale». È questo un modo onesto di esercitare una delega? No davvero. Il risultato è che, con quel provvedimento, lo Stato ha detto: “Il potere è mio su tutti i bambini di questo Paese, e non dei genitori”. La parola «potestà», che mai il Governo ha chiesto di abrogare, viene abrogata per decisione del Governo, con un decreto legislativo che viola la delega.

Vogliamo dare allora altre deleghe al Governo perché ne faccia lo stesso uso? No, grazie. Ci hanno già rubato i tribunali. Non esiste più la potestà genitoriale, ma esiste la responsabilità: come dire che il proprietario dei bambini, il padrone dei bambini è lo Stato. I genitori sono responsabili, come fossero dei beni sequestrati alla Mafia. Questo è quello che è stato fatto, esercitando una delega in violazione aperta della delega concessa dal Parlamento. Basta deleghe allora, specialmente in un periodo in cui questo Governo l’ha violata in modo così spudorato, continuativo e determinato. Ora basta."

Cit: Il problema della subordinazione dei contratti ad una tacita e silente clausola REBUS SIC STANTIBUS, non fu mai affrontato dal diritto romano, mentre fu ampiamente trattato nel diritto comune positivo, sotto l'influsso della filosofia cristiana medioevale e del diritto canonico, giungendo a ritenere che tutti i contratti nei quali intercorresse un intervallo di tempo tra stipulazione e adempimento dovessero essere considerati implicitamente subordinati a questa clausola. ...Questo induce a dedurre che nella farsa del nome legale, in assenza di personalità giuridica ed in qualità di amministratrice del proprio trust, è legittimo applicare la propria autodeterminazione in virtù di quella clausola per il riconoscimento giuridico della propria esistenza, in rapporto all'etichetta che ci viene appiccicata dallo stato alla nostra nascita sotto una subdola forma giuridica grammaticale che ne legittima lo status.

Nonostante le prove, come quelle delle immagini qui postate, che tutto sia commercio e che tutto ciò che normalmente si intende per Repubblica Italiana intesa come democraticamente eletta in realtà è un insieme di Aziende corporative di diritto privato Internazionale, pochi siano veramente consapevoli di cosa significa considerare ancora le pseudo leggiuncole che vengono emesse.

 Che di fatto trattasi di Regolamenti Interni a cui gli schiavi/SOGGETTI GIURIDICI devono sottostare e che il fatro che i SOGGETTI GIURIDICI sono FINZIONI GIURIDICHE ovvero artefatti inesistenti creati dal sistema quale "incantesimo" nel quale ogni essere umano "dormiente" si immedesima, pare essere irrilevante. Meglio continuare a credere di esistere piuttosto che scoprire di esser stati volontariamente in "morte apparente" per tutto il tempo della inconsapevolezza. Prendere su di sé le proprie responsabilità ed onorare il motivo della nostra venuta alla luce, è un grande compito che i piccoli omuncoli preferiscono evitare.

TO BE OR NOT TO BE... non è un mio problema!

io so, io voglio, io faccio. io mi onoro!

Alessandro

L’addio amaro del generale: “Preparatevi alla guerra”



Brutti presagi, agitano i piani più alti delle nostre forze armate. «Ad altri toccheranno sfide che alla mia generazioni sono state risparmiate», dice il generale Marco Bertolini, evocando scenari di guerra. E nel dire Bertolini non si commuove, anzi. La voce gli si fa di ghiaccio. «La storia si è rimessa in movimento. Non fronteggiamo soltanto quattro organizzazioni malavitose, come piace pensare alla nostra opinione pubblica. Qualcuno pensa che le nostre forze armate siano un oggetto inutile. Invece c’è bisogno di investire ancora, se vogliamo governare un futuro difficile e drammatico». 

Nel grande hangar pavesato a festa, ospiti del Centro operativo interforze, c’è il più assoluto silenzio per il giorno dell’addio di Bertolini. Da quattro anni è il responsabile delle nostre missioni all’estero e ad ascoltarlo è arrivato il parterre delle grandi occasioni. Un centinaio tra generali, ammiragli, colonnelli che al termine dell’intervento lo applaudiranno forsennatamente. Non un solo politico. C’è invece il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, per questa cerimonia di avvicendamento che porta alla guida del Coi un ammiraglio, Giuseppe Cavo Dragone.

Non potrebbe essere altrimenti. Bertolini è infatti una leggenda vivente delle nostre forze armate: quintessenza del paracadutista incursore, non s’è negato un conflitto, dal Libano (dove nel 1982 fu ferito ed ebbe una medaglia d’oro) in poi. Somalia, Balcani, Afghanistan, sempre in prima fila. Un uomo d’azione e di grande carisma, di quelli che piacciono ad americani e inglesi, che infatti scelsero lui, parà italiano, come capo di stato maggiore della missione in Afghanistan nel 2008 nel momento di massimo urto dei taleban.

Uno che ama parlare chiaro e mai a caso. «Guardiamo a quanto accade fuori dai nostri confini con più rispetto. Osserviamo la vera realtà, non quella delle fiction di prima serata o di alcuni superficialissimi talk-show». Sulla sua scrivania si accavallano le notizie dai teatri dove sono schierati i nostri, in Afghanistan, in Iraq, in Libano, nei Balcani, nel Mediterraneo, che non inducono ad alcun ottimismo. «In Italia ci ostiniamo a voler credere di vivere nel migliore dei mondi possibili. Non è così».

Se lo amano tanto, i militari, è anche perché Bertolini non ha mai avuto paura, né delle pallottole, né delle parole. Nel 1997, rimbrottò Beniamino Andreatta che lamentava l’omertà tra i paracadutisti: «È un termine che non mi piace. Normalmente si usa per altri ambienti e altre occasioni». Due anni dopo, capo di stato maggiore del contingente Nato destinato a entrare in Kosovo dalla Macedonia, disse che i raid erano «inutili» e Massimo D’Alema volle la sua testa. Passato qualche anno, troppo bravo per vedersi troncare la carriera, zittì un altro premier di nome Silvio Berlusconi che ironizzava sui militari in Afghanistan a guardia del deserto dei tartari. E Bertolini scrisse una lettera: «Scrivo, amareggiato, dall’avamposto della Fortezza Bastiani...».

Ieri il discorso di commiato. Nient’affatto incoraggiante. Il generale Graziano lo ha ringraziato calorosamente: «Sei stato parte della storia delle Forze Armate e spesso ne sei stato interprete principale».


Fonte: http://www.lastampa.it/2016/07/02/italia/cronache/laddio-amaro-del-generale-preparatevi-alla-guerra-jlHmJ0iTHmsDWOK8hDkhrL/pagina.html

Alessandro