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martedì 18 ottobre 2016

Il Nome: Se ne accorgono!



Il nome legale di ciascuno, cioè il nome unito al cognome, ovvero il nominativo contenuto nei documenti personali, costituisce un titolo; e, come ogni titolo, appartiene a colui che lo emette. Il nome legale è un titolo rappresentativo di qualcosa, allo stesso modo per cui il titolo di un quadro o di un brano musicale lo è per un’opera artistica; certamente, non rappresenta l’uomo nella sua interezza, non lo descrive completamente, così come il titolo Autoritratto di Van Gogh non è il dipinto che porta questo nome; portando all’estremo il ragionamento, l’opera, pur trattandosi di un autoritratto, non è in grado di rappresentare completamente l’autore: ne riproduce un’immagine bidimensionale (la rappresentazione dell’autoritratto è costretta entro i confini di un foglio di carta, l’artista è un essere umano in tre dimensioni); ritratto e modello non hanno in effetti nulla in comune (prima che le dimensioni, materia e forma sono diverse: il quadro è un foglio dipinto; l’autore è fatto di carne, ossa, muscoli, unghie e capelli); se poi l’autore fosse Picasso o un cubista, la rappresentazione andrebbe addirittura studiata ed analizzata per essere ricondotta all’oggetto della sua rappresentazione; eppure, Autoritratto di Picasso rimane una rappresentazione di Picasso, seppur libera; potrà apparire una banale tautologia, ma ogni rappresentazione di qualcosa rappresenta quel qualcosa.

Certamente, i dipinti, specie se cubisti, non possono, oggi come oggi, assurgere a rappresentazioni legali di un individuo, non essendone rappresentazioni fedeli ed univoche. Può esserlo, invece, una foto. Vi è una considerazione da fare in tema di documenti fotografici e nome legale, una considerazione che è bene ricordare: certamente, la foto di un individuo dice molto di più del nome di quell’individuo; una foto, però, in relazione alla sua funzione e natura, ha facoltà di rappresentare un soggetto soltanto collocandolo in un preciso momento temporale, ovvero l’istante in cui la foto è stata scattata; il nome legale, invece, pur informando solo del titolo che un soggetto utilizza per farsi genericamente individuare, è tale sempre e comunque, resta immutato nel tempo in relazione al soggetto che rappresenta, è sempre idoneo a rappresentarlo (mentre la foto, con il passare degli anni, sarà sempre meno simile al soggetto fotografato, fino a diventare quasi inidonea a svolgere la funzione rappresentativa).

In verità, purtroppo, la caratteristica del nome legale di essere una rappresentazione univoca (anche se parziale) dell’individuo cui appartiene, nelle prassi legaliste degli attuali ordinamenti positivo-commerciali viene meno, se non è accompagnata da ulteriori indicazioni e precisazioni. Così il nominativo Roberto Cavalli può indicare sia il nome legale di un essere umano sia la ragione sociale di un’azienda; affinché sia garantita l’univocità di entrambe le diciture in relazione alle funzioni rappresentative che esse svolgono, è necessario aggiungere, nel caso della ditta, l’indicazione del tipo di società (Roberto Cavalli Spa); nel caso del nome proprio di… “persona” – utilizzando una dicitura che dovrà cadere in desuetudine – è necessario aggiungere una particella tra nome e cognome: Roberto nato Cavalli o della dinastia/stirpe Cavalli. L’evento della nascita, infatti, è idoneo a distinguere un essere vivente da un nome commerciale. Va da sé che noi della nostra nascita non abbiamo memoria; nel riferirla ad altri o nello scriverla quale nostro ulteriore specificativo, rinnoviamo di volta in volta l’affidamento svolto nei confronti di coloro che ci hanno messo al mondo, dei medici e delle strutture sanitarie, dell’anagrafe e quindi degli apparati statali.

Non a caso, per il diritto positivo – in qualsiasi sua forma ed ambito – l’atto di nascita è il documento dotato della massima efficacia probatoria circa la condizione di essere umano, ed è pure l’unico cui è ufficialmente e generalmente ascritta (e riconosciuta) l’idoneità ad assolvere tale  funzione. Da quest’angolazione, non è inopportuno chiedersi perché viene scelto il cognome del padre, visti lo scopo e la ratio del nome legale, dato che mater semper certa est. Da non sottovalutare la prassi di coloro che aggiungono il cognome della madre a quello del padre nei propri documenti. In ogni caso, noi stessi non possiamo avere la certezza matematica di essere nati in un certo giorno o ad una certa ora, o che il nostro nome legale sia il nome che ci venne dato alla nascita; tecnicamente, non possiamo avere neppure la certezza assoluta di essere stati generati da coloro che ci hanno detto essere i nostri genitori.

Noi, della nostra nascita, non abbiamo memoria, e le corrispondenze somatiche o caratteriali, come pure il gruppo sanguigno, possono fungere al più da prove indiziare, ma non sono idonee, da sole, ad assicurare in modo assoluto la presenza di un legame di sangue. Se anche si disponesse di una registrazione del parto, o di un film sui primi anni di vita del neonato, date le molteplici differenze e la rapidità del processo di crescita di un bimbo in tenera età, ancora non si potrebbero eludere tutte le questioni or ora esposte. L’unica prova decisiva attualmente a disposizione è l’esame del DNA, utilizzato, ad esempio, nei giudizi promossi per il riconoscimento della paternità. Pertanto, ciò che comunemente facciamo nella vita di tutti i giorni, è un atto di affidamento nei confronti dei nostri genitori e dei nostri cari; una sorta di super-prova per testi.

Il nome legale, pur essendo una rappresentazione univoca dell’individuo, non è l’individuo: ne è, appunto, solo il nome (e cognome); allo stesso modo per cui la ragione sociale Roberto Cavalli Spa rappresenta una società per azioni ma non è la società (non è l’insieme degli azionisti e delle strutture, e non è l’insieme delle azioni). Il nome legale è la maschera di un soggetto, e lo descrive come la facciata di un negozio; a voler essere pignoli, in una carta d’identità distinguiamo: l’insegna (nome legale), la vetrina (fototessera), le indicazioni commerciali (segni particolari), la licenza di esercizio (timbro e firma del comune emittente).

 Il nome di madre Teresa di Calcutta non descrive pienamente chi sia stata Teresa di Calcutta come donna, non ne descrive il carattere; non ci dice chi è e cosa abbia fatto. Noi tutti ne conosciamo il volto e le gesta per via la sua grande notorietà e la sua vita da missionaria; pertanto, il nome richiama alla nostra mente l’essere umano (o meglio, richiama ciò che noi sappiamo di quell’essere umano) e dunque lo identifica. Ma chi non si è mai relazionato con madre Teresa, non può dire propriamente di conoscerla. In ogni caso noi, richiamando alla mente l’immagine di qualcuno quando ne pronunciamo il nome, se quel soggetto non è presente, ne evochiamo appunto soltanto un’immagine: ci sovvengono parole, gesti e movenze (cioè ci facciamo un film su Mevia).

Però si tratta sempre di rappresentazioni che, in quanto tali, offrono una descrizione molto limitata del soggetto cui si riferiscono (nel caso del nome legale quasi nulla, quindi esso ha funzione indicativa ed individuante piuttosto che identificativa e rappresentativa). Dall’altro lato, la rappresentazione, il nome legale di un soggetto, sono utili per rappresentarlo in sua assenza e per consentirgli di compiere, per il tramite di terzi o di organismi ed apparati, una serie di azioni e/o attività che altrimenti non potrebbe compiere nelle medesime circostanze di spazio e tempo e alle stesse condizioni.

Il tre libri del codice civile sono dedicati alle persone, alle cose e alle azioni. Cioè il vigente codice civile non prevede regole espresse per la vita giuridica privata degli esseri umani; la prevede soltanto per le loro maschere. Qualcuno obietterà che, in ogni caso, essendo la persona di un individuo in carne ed ossa riferita a quello stesso soggetto, l’indicazione e la successiva associazione sono sufficienti per riferirsi alla sfera giuridica propria del soggetto che utilizza lo strumento della persona, e che, quindi, seppur imperfetta, la rappresentazione non sarebbe lesiva dei diritti soggettivi.

Purtroppo, nella prassi giurisprudenziale non è così, e la dottrina, in particolare quella che si occupa di biodiritto, ha già dichiarato che la persona è una falsa rappresentazione dell’individuo, e che viene intesa de facto dall’ordinamento interno come un pregiudizio cui l’essere umano acconsente spontaneamente. E’ chiaro che sul punto legislatore e giurisprudenza hanno interpretato anche troppo liberamente ed estensivamente l’art. 5 cod. civ., che contempla i casi in cui il divieto di pregiudicare l’integrità fisica di un individuo viene meno. Ai sensi di tale norma il singolo può acconsentire a diminuzioni transitorie della propria integrità fisica (ad esempio: una trasfusione di sangue), rimanendo all’inverso vietati gli atti di disposizione del proprio corpo che comportino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o che siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.

Astenendomi da valutazioni circa l’attendibilità e la veridicità di ciò che una società per azioni come la Republic of Italy Spa o la Chiesa cattolica indichino come “buon costume”, mi corre l’obbligo di rilevare due cose: la prima è l’assoluto non sense di parlare di integrità fisica della persona (di una rappresentazione); secondo, in riferimento all’oggetto della rappresentazione, la persona fisica costituisce in tutto e per tutto un’evidente diminuzione dell’integrità fisica dell’individuo, posto che le sentenze dei tribunali civili violano costantemente i principi costituzionali e i diritti umani; tale diminuzione è permanente, poiché de facto il nome legale e la persona fisica – di cui ai nostri documenti personali – sono il canale normale di comunicazione con ogni organismo pubblico e privato. Alla luce di ciò, per quanto possa apparire inverosimile, deve essere chiaro che ci troviamo di fronte ad un atto generale di riduzione in schiavitù (previsto e punito ex art. 600 cod. pen.).

Due questioni potrebbero balzare alla mente: a) perché diamine si è dovuto fare ricorso all’istituto della persona fisica nel codice civile? Non sarebbe stato più giusto parlare semplicemente di esseri umani, posto che negli articoli di legge la terminologia è essenziale? b) Come si può, con un bagaglio di secoli e secoli di opere giuridiche di ogni specie, con oltre un settantennio di casi giurisprudenziali, con centinaia di migliaia di avvocati che hanno calcato i tribunali in tale arco di tempo, non essere ancora giunti ad abolire l’artificio giuridico della persona fisica?

Il sistema-giustizia non ha scuse, in quanto appare evidente la riconducibilità dell’istituto della persona ad una diminuzione di integrità dell’individuo che con e nella persona si identifica. La persona fisica costituisce una gravissima e palese violazione anzitutto dell’art. 1 Cost., in quanto toglie la sovranità al singolo. Da qui ne dovrebbe necessariamente sempre discendere – in ogni ambito – l’inidoneità della persona a validamente rappresentare sul piano legale l’individuo, e quindi la sua abolizione e cassazione totale.  Il fatto che ciò non sia ancora avvenuto, è l’ennesima prova non soltanto dell’assoluta illegittimità dei nostri attuali rappresentanti politici a proseguire nel loro mandato; la persistenza nei decenni dell’aberratio della persona fisica e del suo utilizzo legale dimostra una volta di più come essa sia, in verità, un trust commerciale, e come gli uffici delle PA siano di fatto alle dipendenze del Consiglio di Amministrazione di una società privata. Ma, se gli apparati pubblici hanno in realtà natura privata, se la stragrande maggioranza degli stati del mondo civilizzato sono iscritti alla SEC come società per azioni, se le nostre persone fisiche si muovono in questo universo parallelo di diritto commerciale internazionale privato, dobbiamo considerare un fatto importante: il nostro nome legale diviene un titolo di natura commerciale.

Poiché detto titolo ci appartenere, sarebbe nostro diritto chiedere un pagamento per l’utilizzo verso qualunque istituzione che se serva (o se ne appropri). Invece accade l’esatto contrario, e come per il bollo auto o per le imposte sulla casa, secondo la legge statale siamo noi cittadini a dover pagare per il mantenimento di tali averi (concessioni?). La proprietà è il diritto reale che permette di godere in modo pieno ed esclusivo di un bene. Ne consegue che, secondo le norme commerciali della matrix, detti beni non ci appartengono veramente o, come nel caso del nome legale, non ci appartengono più.

Al momento dell’iscrizione nei pubblici registri, proprietario di questi beni diviene lo Stato, ovvero le società private che stanno dietro gli apparati di governo. Le posizioni di ragione e favore in materia di commercio dipendono dall’onore, dalla lealtà e della verità delle parti. Utilizzando il nome legale della carta d’identità, o acconsentendo all’utilizzo del canale della persona, il singolo commette una frode, in quanto si tratta di falsa impersonificazione, e si pone così in posizione di disonore, legittimando tutte le azioni della controparte.

Andando a monte della questione, e stracciando integralmente le norme commerciali sulla persona-trust, la fattispecie configurabile in merito all’uso illegittimo del nome legale e alla codificazione civilistica dell’istituto della persona è senz’altro quella di furto d’identità. L’art. 494 cod. pen. (sostituzione di persona), recita: “Chiunque al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione…”.

Personalmente, ritengo che tale fattispecie debba avere un respiro molto più ampio, abbracciando tutti quegli aspetti della vita di un individuo in cui egli, ricevendo ora l’uno ora l’altro indottrinamento (condizionamento), si trovi a dover subisce – magari inconsciamente – perdite di porzioni della propria personalità e giudiziosità, della propria libertà ed unicità, nella misura in cui le interazioni invasive suesposte siano contrarie al libero arbitrio e all’art. 13 Cost., in base al quale “la libertà personale è inviolabile“.

Non è forse vero che le esperienze e i modelli (moduli) di vita che ci propone (e propina) l’odierna società, nella misura in cui sono artificiali e costruiti in scala, ci allontanano dalle nostre radici e dalla nostra natura? E se a ciò contribuiscono anche (e soprattutto) molte istituzioni religiose? Nel film animato La città Incantata di Hayao Miyazaki la protagonista, una bambina di nome Chihiro, si trova ad affrontare un problema di furto del nome, che le viene sottratto dalla strega Yubaba. In tal modo, la strega può ridurre la bambina in schiavitù e costringerla lavorare per lei. Il film associa il nome all’identità personale, e mostra chiaramente gli effetti della perdita delle proprie radici (certezze), della propria natura (valori):

Chihiro smarrisce i genitori e giunge quasi a non riconoscerli dopo che un incantesimo (la magia “civile”?) li ha tramutati in maiali per ingordigia; addirittura, giunge quasi a dimenticare come si chiama lei stessa. C’è poco da fare: il mondo delle persone fisiche e delle false rappresentazioni dell’umano, delle immagini e delle maschere, degli idola, che ci vede soltanto nella matrice bidimensionale del commercio – matrice in cui tenta instancabilmente di accluderci – non promette nulla di buono. Il personaggio maschile del film è un giovane mago di nome Haku, anche lui reso schiavo da Yubaba: Haku, infatti, è un nome fittizio datogli dalla strega stessa; il vero nome di Haku è il nome di un fiume, indicativo di libertà.

“Non so dove vado, ma so con chi vado. Non so dove sono, ma so che sono in me. Non so che cosa sia Dio, ma Dio sa cosa sono. Non so che cosa sia il mondo, ma so che è mio. Non so quanto valgo, ma non so fare paragoni… Non so che cosa sia l’amore, ma so che godo della sua presenza. Non posso evitare i colpi, ma so come sopportarli. Non posso negare la violenza, ma posso negare la crudeltà. Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare me stesso. Non so che cosa faccio, ma so che sono fatto da ciò che faccio. Non so chi sono, ma so che sono colui che non sa.” (Alejandro Jodorovsky, Danza della Realtà)

Fonte:  http://demetriopriolo.altervista.org/luso-improprio-del-nome-legale-altrui-furto-didentita/

Alessandro

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