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martedì 24 maggio 2016

Cronache di ordinaria follia, di ordinari suicidi e di ordinari omicidi, all'epoca della televisione.


Era depresso, lo ha detto la TV.


La fantasia. Nella fantasia, ovverosia al cinema e in tv, quando si parla di omicidi e/o suicidi si seguono sempre alcuni schemi fissi. Vediamo prima lo schema utilizzato nelle fiction. Poi vediamo come funziona invece la realtà.

Primo schema. C’è un Tizio trovato morto. C’è un biglietto di addio. E la pistola con le impronte digitali del morto. Tutto lascia pensare ad un suicidio, la scena del delitto è preparata con cura meticolosa, ma l’investigatore di turno (perché l’investigatore, sia esso giornalista, avvocato, magistrato o poliziotto, è una persona normale, intelligente razionale ed è dedito 24 ore al giorno al suo lavoro che è una missione) decide che la persona non può essersi suicidata. Troppo strano che prima di suicidarsi abbia consumato un abbondante pasto e si sia preparato una squisita torta. E da questo semplice indizio parte un’indagine che condurrà alla scoperta del colpevole. Un'indagine in cui medici legali, avvocati, poliziotti magistrati, collaborano tutti per la ricerca della verità. E tutti vissero felici e contenti.

Secondo schema. Un altro schema fisso si ha quando la persona trovata suicidata aveva dei parenti. L’investigatore interroga i parenti, perché si sa, un buon investigatore deve comunque approfondire anche quando la realtà a prima vita pare ovvia. E a seguito di una serie di domande l’investigatore si convince che forse potrebbe essere un suicidio. I parenti si accorgono di questi sospetti e collaborano con l’investigatore(perché l’investigatore, è una persona normale, intelligente razionale ed è dedito 24 ore al giorno al suo lavoro che è una missione). E tutti vissero felici e contenti.

Terzo schema. Un altro schema si ha quando dell’omicidio si accusa un innocente e un valoroso avvocato/magistrato/poliziotto si batte per dimostrare l’innocenza del malcapitato nonostante tutte le evidenze. Alla fine l’eroe (perché l’investigatore, è una persona normale, intelligente razionale ed è dedito 24 ore al giorno al suo lavoro che è una missione) dimostra l’innocenza del capro espiatorio e tutti vissero felici e contenti.


La realtà.

La realtà effettiva come l’ho potuta vivere in questi anni è invece la seguente.

Primo schema. Viene trovato un cadavere. Il foro di entrata della pallottola è nella schiena. La pistola è nella fondina, con la sicura inserita, quindi chi ha sparato poi si è pure premurato di riporla al suo posto. La scena del delitto è preparata in modo disastroso, anche un imbecille si accorgerebbe che è un omicidio.

E’ un suicidio dicono senza mezzi termini gli inquirenti (perché gli inquirenti in genere non si sono mai formati a una vera scuola investigativa, prima del concorso da magistrato o da commissario non erano mai usciti da casa se non per andare all’università e in palestra, hanno letto per formarsi al massimo qualche giallo, e la cosa più importante cui pensano sono gli avanzamenti di carriera e lo stipendio che badano di non perdere facendo indagini troppo accurate).

Il motivo di questa conclusioni? Perché era depresso. Si ma si sarebbe sparato nella schiena? Il medico legale ha detto che è possibile. E la pistola riposta nella fondina? Non è un ragionevole dubbio sul fatto che si tratto di omicidio? No. Perché era depresso.

La depressione è non solo il movente ma anche la spiegazione dinamica, balistica, medica, investigativa, tecnica, di tutti i suicidi e di tutti gli omicidi-suicidi. C’è chi si impicca con una sciarpa, arrampicandosi a un albero, di notte, come nel recente omicidio suicidio di Montefiascone; chi si impicca con un pigiama, chi ad un portasciugamani, chi con lacci della scarpe anche se in cella di isolamento i lacci erano proibiti, e finanche chi si suicida con una sega elettrica (un caso capitato a Villagrazia di Carini; ma anche gli USA hanno i loro suicidi” con motoseghe). Poi abbiamo i suicidi con la balestra, come nel caso di Stefano Anelli, e quelli che si suicidano battendo ripetutamente la testa contro il muro, per non dire di quelli che si infliggono “numerose coltellate”. Esemplare un caso capitato pochi anni fa a Bagno a Ripoli, in cui un ragazzo,

Lapo Santiccioli, prima avrebbe ucciso la fidanzata, poi si sarebbe inflitto diverse coltellate, per poi gettare il coltello a decine di metri da sé. Nonostante questo gli inquirenti non hanno mai dubbi. Sono tutti suicidi. E non c'è verso di trovare un medico legale che si faccia venire un dubbio, un poliziotto che indaga, un magistrato che porti a fondo la vicenda (anche perchè il magistrato serio, ove esistesse, deve scontrarsi con la non serietà di collaboratori e consulenti che spesso non vogliono saperne di approfondire perchè tengono famiglia, o perchè semplicemente non hanno la preparazione specifica per affrontare il caso). Il caso si chiude subito, e nessuno vive felice e contento, perché in questo modo si distruggono famiglie che vivono per anni in un incubo, senza mai trovare una formale giustizia e una spiegazione a certi eventi.

Nel secondo schema, quello con i parenti, la vicenda è più o meno questa. Tu fai delle domande, quelli continuano a rispondere “si è suicidato. Era depresso”. Si signora, replichi tu ma la pistola nella fondina? “lo dicevamo sempre noi, che Gigi era bravissimo con la pistola”. Si ma il foro nella schiena? “Gigi è sempre stato un originale”.

In un caso in cui un “suicida” si era inflitto una coltellata in una zona impossibile, un parente mi ha detto “abbiamo sempre detto che XXX era un uomo eccezionale che faceva miracoli, e quello è stato il suo ultimo miracolo”. Una sottovariante di questo schema è quella con i parenti che continuano a rispondere “era depresso”. Ma la pistola nella fondina? Era depresso. E il foro nella schiena? Era depresso.

Veniamo ora al terzo schema, il più assurdo e per certi versi sorprendente. Quello degli assassini.
A prescindere dal fatto che questi assassini sono sempre casalinghe, contadini analfabeti, spazzini, disoccupati, drogati, e in genere è impossibile parlarci perché non spiccicano una parola di italiano, rendendo irrealizzabile ogni forma di comunicazione, nei rari casi in cui ci si può parlare lo schema è quasi sempre questo: Tu sei innocente vero? Si

Bene allora possiamo dimostrare la tua innocenza. Non eri presente sul luogo del delitto, hai un alibi, non avevi le capacità di fare un massacro del genere. Possiamo dimostrare la tua innocenza. No no. Grazie. Il mio avvocato ha presentato un’istanza di incompetenza territoriale.

Si va bene l’istanza. Ma non proviamo a dimostrare l’innocenza? No. Il mio avvocato dice che è meglio presentare l’istanza di incompetenza territoriale.

Ubi maior minor cessat. Se un principe del foro dice che è meglio fare un’istanza di incompetenza territoriale anziché fare indagini difensive e dimostrare l’innocenza dell’imputato, chi sono io per smentirlo? Ùn’altra tipologia di assassino è quella che ormai si è rassegnato. Perché non proviamo la tua innocenza? Ma no… sto bene qui, in fondo. Chi me lo fa fare di tornare fuori?

Si ma tutti ti considerano un pluriomicida. E che mi importa? In fondo qui sto bene. Mi sto pure per laureare. Si ma prima o poi ti faranno uscire, anche se tra molti anni. E tutti ti considereranno un assassino pluriomicida.

Ma Pietro Maso adesso va in tv. Magari ci vado pure io. Logica ineccepibile, direi. La Tv ha creato il mostro, la tv si riprenderà il mostro. E tutti vissero felici e contenti perché molte persone (compresi i parenti delle vittime) pur di andare in TV a ripetere sempre le stesse cose, ammazzerebbero pure la madre e venderebbero l’anima.

Mentre sto scrivendo questo articolo mi scrive un sms la moglie di un sottufficiale dei carabinieri che si sarebbe suicidato. “Paolo si è suicidato un altro militare”. Si tratta di uno dei pochissimi casi in cui dopo che la moglie mi ha ripetuto centinaia di volte “era depresso” sono riuscito a sapere qualche particolare in più. Qualche piccolo particolare si intende. Come il fatto che nessuno in caserma ha sentito lo sparo, nonostante la moglie fosse nella stanza accanto al momento dello sparo e vivessero in caserma.

Ma è impossibile approfondire, perché è impossibile avere un autopsia seria, è impossibile fare indagini serie e soprattutto tutti continuano a ripetere “eh ma era depresso”. Molti dubbi si sono insinuati nella mente della moglie, che del resto mi chiamò perché qualche sospetto che le cose non fossero andate come apparivano ce l’aveva. Ma non si può pretendere che una persona che ha subito uno shock per la morte del marito si trasformi in una investigatrice provetta, lucida e razionale, sostituendosi allo stato

D’altronde nei casi in cui sono riuscito a collaborare bene con un familiare, non è andata troppo bene e talvolta c’è da sperare di non capirla mai la verità.

In un caso in cui una madre si batteva per mandare in galera l’assassino del figlio (che si era suicidato con un filo elettrico, trovato però accanto al corpo e non attorno al collo), e questo presunto assassino era il mio assistito, parlandoci sono riuscito a convincere la donna di collaborare con me a trovare il vero assassino. Anche perché le sue indagini personali sulla morte del figlio non erano poi tanto accurate. Uno si aspetta che una persona alla ricerca della verità sulla morte del figlio legga carte, senta testimoni, si informi… macchè… alla domanda “da dove deriva la convinzione che l’assassino sia il mio assistito?” la risposta è stata “lo ha detto la TV”.

Poco prima dell’incontro la donna è stata trovata morta, con del filo elettrico accanto, come il figlio.
E’ un suicidio, hanno concluso gli inquirenti. Perché? ma perché era depressa per la morte del figlio. Logico. Ma  la cosa più assurda è che parlando con il mio assistito, ovvero il presunto assassino del figlio, anche lui sosteneva fosse un suicidio. Su quali basi? Eh ma l’ha detto la TV. Ma anche di te la Tv diceva che eri un assassino, replico; non ti rendi conto che lo schema è lo stesso?

Si ma la TV ha detto che era depressa da tempo. E per fortuna che il mio assistito era in carcere. Altrimenti la colpa sarebbe stata ancora una volta la sua, se la TV avesse deciso di creare un altro caso mediatico. E se qualcuno avesse fatto notare che non poteva essere lui l’assassino, essendo in carcere, la risposta sarebbe stata semplice “ma l’ha detto la TV”,

Qualcuno mi domanda se esiste un caso di omicidio a cui abbia collaborato e che sia finito non dico bene, ma quantomeno con una sentenza definitiva. In effetti esiste, e lo straordinario risultato è dovuto al fatto che, per la prima volta, chi mi ha consultato non era un ignorante analfabeta che non riesce neanche a esprimersi in italiano. ma un professore, psicologo, quindi ben conspevole della realtà e di certi meccanismi, e in grado di capire ciò che gli dicevo dal punto di vista investigativo e giudiziario.

Adesso vi racconto come è andata. Zeno Tavaglione, questo il nome dello psicologo, scopre che la ex moglie, Emma, è morta avvelenata, e capisce fin da subito che l'assassino è probabilmente il suo medico, che ha prescritto dei farmaci volutamente sbagliati alla moglie. Il medico viene tradito da una ricetta lasciata sotto la porta di casa, e da alcune contraddizioni del suo racconto, da cui emerge chiaramente che ha mentito e quindi una sua possibile responsabilità nell'avvelenamento di Emma. Dal momento che la magistratura non vuole fare una sola mossa per indagare, Zeno Tavaglione che fa? Mi chiede consiglio e divento suo consulente.

La prossima mossa? Mi chiede In linea di massima seguendo lo schema dovrebbero accusare te dell'omicidio di tua moglie; rispondo. Anche il magistrato Gennaro Francione, che si occupa di malagiustizia, ripete spesso che essere parenti della vittima, per il nostro ordinamento, equivale ad avere una marea di guai perchè l'assassino è quasi sempre il partner o il familiare. Lui non si perde d'animo e decide di farsi condannare provocando un processo, e nel processo cercare di provare l'avvelenamento della moglie. Telefona quindi ripetutamente a casa e all'ufficio del medico e lascia ripetute telefonate con il messaggio "assassino, consegnati alla polizia".

Il medico denuncia Zeno per vari reati, tra cui molestie, stalking ecc. Al processo Zeno ammette la sua responsabilità (si sono stato io a fare stalking, condannatemi, ma avete anche le prove delle menzogne che il medico ha detto, e la prova che forse è lui l'assassino); in dibattimento il medico cade palesemente in contraddizione, dichiara il falso, e mente spudoratamente sul suo rapporto con la vittima. Ce ne sarebbe abbastanza per poter aprire un'indagine per omicidio. In alternativa, giudicando infondato il comportamento di Zeno, egli dovrebbe subire quantomeno una pesante condanna per stalking, dal momento che si parla di decine di telefonate, anche ai familiari, che hanno creato un pandemonio in famiglia.

Ma non succede nè l'una nè l'altra cosa. Se Zeno anzichè essere uno psicologo fosse stato un  contadino o uno spazzino, oggi sarebbe stato probabilmente in galera per omicidio o quantomeno per stalking. Se l'è invece cavata con 300 euro di multa.  Un risultato processuale di tutto rispetto, per i tempi che corrono.

Ultima differenza rispetto alle fiction. Gli avvocati nella fantasia sono tutti ricchi e ben pagati dai clienti. Nella realtà invece tutti presumono che tu debba lavorare gratis perchè probabilmente pensano che uno si occupi di queste per hobby e che mettere le mani in omicidi, suicidi, sangue, ecc sia una cosa divertente. Per non parlare del fatto di dover subire minacce pressioni intimidazioni, difficoltà... E in un'occasione mi hanno detto "va beh non ti pago, ma sei andato in TV". In un'altra occasione una cliente protestava per la somma che gli chiedevo, che a conti fatta veniva dieci euro l'ora, senza contare il rimborso spese del viaggio, che secondo lei doveva essere a carico mio. "Signora, le dissi, non pretendo di essere strapagato, ma almeno di essere pagato quanto viene pagata una domestica posso pretenderlo?"; per tutta risposta mi fa "ma la mia domestica la pago 5 euro l'ora".

In un altro invece il "cliente" dopo anni di lavoro, e migliaia di euro spesi da parte mia per poterlo difendere da un'accusa di omicidio, si è incazzato perchè ho rilasciato un'intervista a un giornale, probabilmente presumendo che il giornale mi avesse pagato per intervistarmi e io volessi lucrare sulla sua vicenda. Così non ci parliamo più e non siamo più in contatto e non lo difenderò più. E i mesi di lavoro, le migliaia di km percorsi in giro per l'Italia per fare le indagini difensive, chi me li paga?
Sono stato ampiamente ripagato dal fatto di essere andato in Tv per due minuti. Cosa pretendere di più?

I processi si fanno in TV. Le diagnosi le fa la TV. E abbiamo 55 milioni di italiani che sono provetti investigatori in grado di stabilire se la Franzoni sia colpevole o innocente in base a quello che ha detto la TV. Mi pare giusto che pure la parcella sia costituita da una presenza in TV.

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.it/2016/05/cronache-di-ordinaria-follia-di.html

Alessandro

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